Credo che una definizione adeguata del Mare Mediterraneo sia contenuta e messa in scena già nel suo nome. La parola composta “Mediterraneo”, infatti, designa un mare confinato, forse un mare clausum come dicevano gli antichi, ma sicuramente un mare che ha dei confini terrestri certi e attestati dai suoi abitanti e dai visitatori delle sue coste. Il Mediterraneo euro-afro-asiatico è un mare che non è assolutamente chiuso, così come lo sono, invece, il Mar Morto e il Mar Caspio o l’ormai defunto Mare/Lago di Aral.
Nessuno di noi penserebbe al Mar Nero come a un mare chiuso, chiuso da un altro mare. Il Mar Nero, infatti, è un mare interno, un mare mediterraneo del Mediterraneo. Questa sua esistenza al quadrato mette en abîme la mediterraneità rendendola palese e concreta, dando senso alla definizione stessa del mare al quale appartiene e che lo contiene. Anzi, il mar Nero ha due stretti che lo mettono in collegamento con il Mediterraneo, attraverso un terzo piccolo mare interno, detto di Marmara: lo stretto dei Dardanelli che sta dalla parte del Mediterraneo, lo stretto del Bosforo che sta nel mar Nero.
I così detti “mari interni” o “mari in mezzo alle terre”, secondo una teoria geostorica proposta dalla famosa rivista Hérodote, sono tre nel nostro pianeta: il Mediterraneo “euro-arabo” – del quale stiamo parlando – quello “americano”, tra l’oceano Atlantico e l’istmo di Panama, e quello “asiatico”, tra la Cina meridionale, l’Indocina, l’Indonesia e l’arcipelago delle Filippine. Tutti i tre hanno almeno una porta sull’Oceano-madre, rispetto al quale sono interni. Ma il mare Mediterraneo ha una posizione unica nel pianeta, perché collega con i suoi naturali stretti di mare tre continenti tra loro: l’Europa e l’Asia con il primo doppio stretto di Dardanelli e Bosforo, l’Europa e l’Africa, con quello di Gibilterra. Lo stretto artificiale del Canale di Suez – inaugurato nel 1869 – congiunge e separa, infine, l’Asia dall’Africa e il Mediterraneo dall’Oceano Indiano, attraverso il mare interno che viene chiamato Mar Rosso fin dall’antichità greco-romana, il quale passa nell’Oceano Indiano attraverso lo stretto di Bab el Mendeb.
Non possiamo immaginare, infine e ormai, il mar Mediterraneo senza compararlo con il sito marino interno che sta dall’altra parte dell’Atlantico, il Mar dei Caraibi e il Mar delle Antille. Due mari, che finiscono l’uno nell’altro: il primo, mediterraneo rispetto al grande continente verticale, raduna il nord, il centro e il sud delle coste delle tre Americhe, l’altro è formato da un grande arcipelago che sta in mezzo all’oceano Atlantico, e che incorona e protegge il grande Golfo del Messico. Più che un mare mediterraneo essi insieme disegnano un pezzo di oceano abitato tra le terre continentali, coronato da una barriera di isole, che non lo chiudono ma lo aprono al mondo, come scrive il poeta martinicano Édouard Glissant.
Ho ricordato queste nozioni geografiche, composte con nomi e immagini, per costruire ora e qui per noi, una mappa mentale comune tra noi. È necessario, tanto quanto lo è indossare le scarpe o le mutande per noi europei e nord-americani, “occidentali”, è necessario portare un mappamondo sempre aggiornato nella nostra mente, una imago mundi portatile e pronta per essere consultata in ogni momento. Tornando a casa, poi, potremo anche andare a controllare e approfondire negli atlanti il riconoscimento di tutti quei luoghi nei quali viviamo, e potremo inserire gli aggiornamenti nella mappa mentale. Forse un giorno potremo continuare a immaginare più in là, cercando altri luoghi e altri mari solo nella mente, come il fanciullo de Le Voyage, l’ultimo dei Fleurs du mal di Baudelelaire. Non, però, per poter diventare degli agenti perfetti di una intelligence occidentale o dei conferenzieri strabilianti nell’Antico e nel Nuovo Mondo, o in Cina . La carta mentale a noi servirà solo per poter sognare meglio, dilettandoci dell’immagine del nostro mondo interno oltre che di quello esterno, per avere un’immagine globale e puntuale allo stesso tempo che faccia da senso sottinteso e da road map di ogni pensiero, ma al rovescio di quella telematica di Google Earth, perché sarà solamente e al mio servizio; riempita, perfezionata e ricordata ogni volta che mi serve, innanzitutto e soprattutto per poter parlare con chiunque del nostro mondo comune.
L’oceano, invece, nell’immaginario persistente degli abitanti europei del Mediterraneo, è navigato ma non è abitato, è un mare immenso che non dà certezza dei suoi confini. I tre oceani del nostro pianeta, infine, si incrociano intorno ai due poli, fluendo incessantemente e tempestosamente l’uno nell’altro.
L’oceano Atlantico forma una distesa di ottanta milioni di chilometri quadrati di acqua salata e consiste di una massa liquida di trecento milioni di chilometri cubici. Queste cifre incantano le nostre menti immaginative, sia la mia, di europeo nativo del Mediterraneo, sia la vostra, di europoidi – come dice il mio amico Roberto Fernánez Retamar – della costa atlantica degli Stati Uniti d’America, portandoci a immaginare la perturbante e sublime immensità della mole terraquea del nostro oceano comune.
Recentemente, lo studioso del mondo classico Luciano Canfora ci ha ricordato che è stato Giulio Cesare per primo a nominare il Mediterraneo come “Mare Nostrum”, all’inizio del Libro V del De bello gallico. I greci, infatti, chiamavano il Mediterraneo “he kath’hemas thalassa”: “il mare che sta da questa [nostra] parte”, per distinguerlo dal mare-oceano che era concepito come “mare esterno”, una misteriosa periferia assoluta, senza coste esterne. Cesare definendolo “nostro” lo porta a coincidere lessicalmente con i suoi confini conosciuti, tutti noti ormai da tempo, nel primo secolo avanti Cristo. Lo stratega romano Caio Giulio Cesare se ne appropria in quanto uomo di armi e di politica, ma allo stesso tempo lo consegna alla misurata certezza semantica dei suoi confini, che sono da quel momento dichiarati e diventano tutti conosciuti e riconoscibili in quanto perfettamente appropriati a noialtri che gli viviamo dentro e intorno, insieme; insieme con i romani. Il Mediterraneo dovrà aspettare la vittoria di Cesare Ottaviano Augusto ad Azio, il 2 settembre del 31 avanti Cristo, per riconoscersi definitivamente come nostro-romano. È in quel momento che il Mediterraneo diventa un impero unico, occidentale e orientale. La famosa immagine che Platone usa nel Fedone, che vede il Mediterraneo come una piccola parte del mondo, e in particolare come una palude intorno alla quale si affannano formiche e rane (109b), ritorna per realizzarsi come l’impero di Roma. Nella Constitutio Antoniniana de civitate, promulgata nel 212 dopo Cristo dall’imperatore Caracalla, le formiche e le rane, se sono libere, diventano tutte “cives romani”.
Canfora, ci ricorda anche che lo storico della prima metà del III secolo dopo Cristo, Cassio Dione Cocceiano, che scrive in greco la sua Storia romana, che ne stabilisce l’inizio mitico con l’arrivo del troiano Enea sulle coste del Lazio, concludendola nell’anno 229 dopo Cristo, ci fa sapere che Cesare “era stato il primo a vedere l’Atlantico dal Golfo di Biscaglia”.
Possiamo fare un passo avanti e immaginare che Cesare quando si trovò di fronte all’oceano Atlantico, guardandolo dalla costa della Gallia sulla riva del grande Golfo “europeo”, lo abbia percepito come scostato e sconfinato: senza coste, se non quella sola dalla quale lui era giunto a guardarlo per primo, senza confini riconoscibili o immaginabili. Perché è arrivato a vederlo con gli occhi di un uomo del Mediterraneo, abituato a stare di fronte al mare “suo”, condiviso come “nostro” . L’oceano, invece, non sembra determinato da veri e propri confini, non è possibile percepirlo come proprio e “nostro”, l’oceano è un mare di nessuno, che fa da confine estremo a tutte le terre del mondo circondandole dall’esterno. Giulio Cesare è arrivato a scoprire la veduta dell’oceano Atlantico con lo sguardo conoscitivo e con il sentimento politico che aveva un cittadino mediterraneo, un abitante del mare tra le terre che arriva ad incontrare un altro modo di essere del mare, tanto vasto e senza coste da non poterlo immaginare se non come flutto estremo, e come limite senza fondo del mondo stesso, così come avevano detto i poeti e i filosofi “antichi”, per lui.
Eppure ho conosciuto mappe in cui il Mediterraneo si libera dai suoi confini e si squaglia nell’oceano, sparendo nel liquido vuoto. Sono le immagini che rappresentano l’Africa per mano di cartografi popolari (artisti, artigiani, popolo anonimo, writers metropolitani o degli slums), africani e della diaspora africana nel mondo: ho trovato nel Golfo della Guinea e nel Sahel, ma anche a La Habana, mappe che disegnano il continente nero come una enorme isola completamente circondata dall’Oceano, senza il tetto d’acqua del Mediterraneo e il tetto di terra dell’Europa, che noi europei “non troviamo più”. E restiamo perplessi, come se un evento imprevisto ci facesse venire meno l’Europa, il nostro orizzonte e il nostro perimetro della certezza, che è la linea di costa di un mare che per noi è casa e cornice, ma che la mente africana non riconosce alla nostra maniera. Potete trovare una immagine di queste mappe in una fotografia fatta da Ryszard Kapuścinśki e riportata nella sua opera postuma, curata da Krystyna Strączek, Nel turbine della storia. Riflessioni sul XXI secolo, 2009.
Noialtri popoli mediterranei continuiamo a pensare, nel fondo del nostro immaginario mitico-storico-geografico, che il mare interno dell’Atlantico che abitiamo da millenni sia ancora il centro del mondo. Come pensavano i greci antichi, che indicavano nell’isola-santuario di Delfi, sede dell’oracolo del dio Apollo, l’omphalos-ombelico del pianeta di Gaia. Oggi sappiamo che ciò non è più vero, ma incertamente. Viviamo ancora nella traccia della nostra superstizione, nel residuo mitico che ancora traspare dal fondo del palinsesto marino. Oggi torniamo a pensare-sognare di essere un centro del mondo perché i geologi ci ricordano che il mare nostro sigilla con la sua acqua color del vino l’incrocio tra le tre zolle continentali del Vecchio Mondo, e che l’Italia, la penisola messa per traverso nella direzione sud-est/nordovest al centro del bacino d’acqua, stia ruotando in senso antiorario verso est, per andare a accatastarsi sulla costa slava, albanese e greca, quando il Mediterraneo scomparirà stritolato dalla pressione del continente africano verso l’Eurasia. Ma tra molti millenni. L’Italia è terra cruciale dei terremoti, come la California, la faccia dell’America sul Pacifico, e il Giappone, la faccia orientale estrema dell’Eurasia.
I fatti e i dati economici della così detta “globalizzazione” ci dicono che l’area mediterranea è una delle zone più trafficate del commercio mondiale, nella direzione da est verso ovest, degli investimenti finanziari (anche in aumento di India, Cina e Brasile) e del turismo nautico.
In mezzo all’incrocio delle tracce del mito antico con il traffico del mercato del XXI secolo e con i destini geologici della futura sparizione dalla faccia del pianeta, noi mediterranei non sappiamo più se siamo centro liquido e fluido, o rotta di passaggio dei flussi, o nuovo destino – uso questa parola anche nel suo significato ispanico di “destinazione” – di popoli in cammino, di migranti che lo attraversano come clandestini nascosti in mezzo alle merci o come disperati su barconi scardinati, seguendo la rotta sud-est/nord-ovest, che porta tanti uomini, donne e bambini nel loro cimitero marino del Canale di Sicilia.
Forse il Mediterraneo ora sta “in mezzo al mondo”, ma non più al centro. Così come tutti noi stiamo ormai in mezzo al mondo, a Richmond come a Roma o a Singapore. E nessuno sta più al centro o in periferia., o separato dall’altra parte della specie umana, come prima della “scoperta” dell’America e dell’Australia. Questo fenomeno della mondializzazione mentale della nostra specie oggi accade per la prima volta compiutamente nella storia, a partire dal suo inizio che è segnato 5 secoli fa dalla sua “storia moderna”, inventata dagli europei.
Questa nuova immagine compiuta è un’immagine mediterranea che mi è completamente nuova, anche se la sento stranamente famigliare. Essa travolge tutte le altre immagini accatastate nei millenni, dal Fedone platonico alla pubblicità delle crociere turistiche del 2009. È un pensiero che possiamo imparare a riconoscere come nostro se accettiamo di pensarci come ci invita a fare la “World History”, e cioè a immaginare noi stessi in una dimensione storica mondialistica, quella che io e tanti altri crediamo che debba diventare l’asse della formazione e dell’educazione delle nuove generazioni del terzo millennio. Il Mediterraneo, così come il Golfo Persico, il mare meridionale della Cina, o l’arcipelago delle Antille, non possono essere vissuti e intesi se non in una dimensione mondiale. Tenendo conto che oggi il Mediterraneo è diventato, per il destino della nostra specie, la meta dell’ultimo viaggio dei migranti verso l’Europa occidentale, mentre nel Golfo Persico ci sono migranti in arrivo e petrolio in partenza; mentre nelle Antille i migranti conquistadores e i deportati africani sono arrivati cinque secoli fa. Forse loro oggi rappresentano la nuova “razza cosmica”, quella dell’avvenire – nel senso di avvenimento e di futuro in comune – della creolizzazione del mondo.
Questo pensiero mondiale non mi basta, però, e non mi fa sentire a mio agio, nonostante la nuova famigliarità del concetto. Credo che sia l’espressione “in mezzo al mondo” a stupirmi e a preoccuparmi, perché essa continua a confondersi con l’immagine eurocentrica antica ma persistente e non defunta del “centro del mondo”.
Insomma, pur avendo lavorato da molto tempo e lavorando tuttora sul nesso Europa-Mediterraneo da una prospettiva mondialista, non mi aveva mai visitato l’idea che il Mediterraneo potesse saltare nella grande padella del mondo e starsene a friggere nuotandovi in mezzo, con le Antille, le isole della Sonda e il mare del Giappone.
Ho cominciato, allora, a seguire una diversa pista di riflessione critica: si può mondializzare l’immagine del Mediterraneo? A quali condizioni e fino a che punto? E mondializzandolo che cosa accade? Che cosa cambia, del Mediterraneo e della sua percezione, e soprattutto della nostra, quella di noialtri italiani che stiamo proprio in mezzo e di traverso nel mare in mezzo al mondo? Dobbiamo sentirci anche noi, allora, in mezzo al mondo, anzi, in mezzo a un mare che sta in mezzo al mondo? Ma in mezzo vuol dire al centro o non-più-al-centro? E se non vuol dire al centro che cosa significa “in mezzo”, oggi che è diventato possibile immaginare il Mediterraneo come mare in mezzo al mondo, in un senso che definisce proprio il suo mundialismo e non il suo centro-mondialismo?
Come Dante nella “selva oscura” dell’Inferno, ho immaginato allora alcune guide, o maestri, che venissero a spiegarmi l’immaginario del nuovo significato del Mediterraneo, non per spiegarne l’identità nuova, ma per poterlo spiegare meglio a me e da me a voi. Innanzitutto, il comparatista slovacco Dionýz Ďurišin, con il quale, mettendo insieme, come lui stesso mi spiegò, le nostre ricerche, portammo a compimento un volume collettaneo, curato da entrambi, con il titolo Il Mediterraneo. Una rete interletteraria, uscito nel 2000 presso l’editore Bulzoni di Roma, in tre lingue: slovacco, italiano e francese. Una impresa che vide collaborare studiosi slovacchi, italiani, cechi, polacchi e russi. Studiosi eccentrici rispetto al Mediterraneo, eccetto noi italiani; ma che guardano da sempre e da lontano il Mediterraneo, come tutti i popoli centroeuropei, o che lo sognano e lo detengono, come i russi che stanno a bagno nel Mar Nero.
Non è un ricordo accademico che ci serve, comunque, ma la riscoperta sotto una luce nuova della teoria durisiniana della comunità interletteraria del Mediterraneo come l’unico luogo letterario esemplare e concreto possibile di una rappresentatività “mondiale” della letteratura, proprio perché la comunità interlettararia mediterranea è centrata in una rete liquida che collega tre continenti e tante civiltà. Se tutto il mondo, o meglio, tutte le terre ferme emerse continentali del pianeta fossero vicine e raccolte intorno a un mare tra tutte le terre, come nella Pangea, tutto avverrebbe proprio come il Mediterraneo fa per i tre continenti del Vecchio Mondo. Infatti, gli antichi geografi e filosofi greci, a partire da Anassimandro, nel VI secolo avanti Cristo, rappresentarono il mondo con la figura cosmografia a TAU: Asia, Africa Europa insieme con il taglio equatoriale del mare interno e quello radiale verso sud del Nilo e l’Oceano come corona circolare esterna. Se così fosse, avremmo una “World Literature” correttamente pangeologica, in atto da sempre come una comunità interletteraria planetaria. Ma, visto che la geologia è un transito lentissimo attraverso eoni-epoche di tempo al di qua e al di là dell’umano, e gli unici continenti che si adunano sulle rive di un mare quasi-chiuso sono solo i tre antichi che circondano l’occhiello del Mediterraneo, la rete interletteraria mediterranea rappresenta contemporaneamente l’unica, e quindi esemplare, e concreta forma di “letteratura mondiale”, un vero “oggetto estetico globale”, storicamente e geograficamente definito, espresso in una grande pluralità di lingue. Esse continuano a stare insieme tra loro in contatto come lingue plurali e diverse, continuamente in translation.
La prospettiva teorica di Ďurišin sembra che operi per necessità geologica, e vede quindi il Mediterraneo come un mare letterario che fa vivere e che pratica la mondialità, nell’unico modo concreto ed esemplare. Essa ci può affascinare e trascinare attraverso la via del pensiero allegorico, portandoci a pensare che il Vecchio Mondo, comunque, contiene nel tetto della sua fascia mediterranea settentrionale, ancora e sempre il centro immaginario e civile del mondo. Che è formato dal piedestallo della civiltà greco-romana, come lo chiamava Frantz Fanon, allegorizzato nell’innesto sacro dell’omphalos delfico incastrato nella custodia del mundus della Roma caput mundi: l’ombelico centrale confitto nella testa dell’ecumene imperiale.
Credo che il mio vecchio amico slovacco si stia rivoltando sull’altro fianco nella sua tomba al centro dell’Europa continentale, tra Bratislava e Vienna. Il suo discorso teorico dà forma a una costruzione sistematica e serrata che partendo dalle varie comunità interletterarie transnazionali culmina con la formulazione del concetto complesso di “Weltliteratur” concepita come comunità delle comunità interletterarie, ma che si materializza e si può studiare concretamente ed esemplarmente, e quindi in maniera paradossalmente unica, solo in quello che Ďurišin chiama “centrismo del Mediterraneo”. Perché “unica”? perché solo nel crocevia marino del Mediterraneo si incontrano tre continenti – su cinque – del nostro pianeta. Gli altri stanno tutti e due per conto loro: nell’estensione verticale dell’America e nella grande isola dell’Australia, vicina all’Asia indonesiana, tanto che negli atlanti spesso viene chiamata Australasia. E nei due nuovi mondi continentali moderni, si parlano e scrivono lingue europee.
La teoria del maestro slovacco si è incrociata, un giorno della mia vita di lettore con la forte visione immaginaria offerta da un romanzo di José Saramago, A Jangada de pedra [La zattera di pietra] del 1992. In quella narrativa lo scrittore portoghese immagina un distacco geologico traumatico della penisola iberica dall’Europa. Sul fronte della Cordigliera pirenaica tra la penisola occidentale e lo stretto corpo finale del continente euro-asiatico, un crollo immane apre una voragine plutonica di un maelstrom abissale di muraglie di pietra e acque strappate. La penisola iberica si sgancia dal continente e diventa un’isola vagante, una zattera di pietra, una terra mobile in mezzo all’Oceano atlantico. Non essendo più terra ferma continentale, essa naviga zigzagando nell’Atlantico verso Sud andando poi a fermarsi a mezza via tra il Brasile e l’Angola; Luanda, infatti, si trova sulla longitudine subequatoriale tra Recife e Salvador de Bahia. Saramago ri-sogna in questo modo dell’immaginario iberico l’utopia lusitana del “Quinto Imperio” ultramarino e quella del tropicalismo – coinvolgendo in questo sogno anche la Spagna. Si tratta di quella specie di saudade utopica che ha spesso immaginato la piccola Madre portoghese ricongiunta e custodita dalle sue figlie-colonie atlantiche tropicali piuttosto che unita all’Europa.
L’immaginazione di Saramago movimenta violentemente il continente europeo, ma lascia tranquillo l’Oceano, che accoglie benevolmente la zattera di pietra navigante. Le nostre percezioni europee-mediterranee dello spazio storico-geografico, invece, ne sono traumatizzate e straniate. Saramago non trova mai modo – non gli interessa, credo – di immaginare come resta il Mediterraneo dopo lo scisma catastrofico della Jangada de pedra iberica e della sua partenza. Proviamo noialtri lettori mediterranei centrali a immaginare la formidabile spaccatura e il vano enorme, rispetto alla boccuccia stretta delle colonne di Gibilterra, che si sono spalancati ad ovest. Vediamo allora l’Atlantico che entra impetuosamente, plutonicamente – mi piace questa parola-immagine della sotterraneità submarina che continua a ventilare dalla perduta mitologia greca – nella piccola “maggior valle” dantesca del Mediterraneo, o nella palude-pozzanghera del Fedone platonico. L’Atlantico, mentre la zattera di pietra iberica se ne va tranquillamente verso il suo parallelo di pace e musica subequatoriale, entra cosmicamente nella cavea che si è spalancata e provoca uno tsunami che annega l’Italia, che sta messa proprio davanti, in mezzo e di traverso nel mare interno, che a sua volta diventa un golfo sommerso e devastato, per sempre.
Saramago non ci ha pensato, io ci penso spesso. Se fossi uno narratore porterei a compimento il disegno utopico e sereno di Saramago con un complementare romanzo catastrofico di tipo cinematografico nordamericano, in cui l’Italia viene affogata dall’Oceano e diventa un’atlantide perfetta – [ho scritto “atlantide” con la iniziale minuscola perché significa una delle tante creature mitologiche dell’immaginazione atlantica]. Il mare Mediterraneo viene sfigurato e sfigura la cornice romano-imperiale delle terre intorno all’acqua centrale e chiusa diventando un’ansa oceanica sbattuta da venti invasori, correnti sorprendenti e conturbate, squali, piovre e mostri marini, relitti inimmaginabili, come il mar dei Carabi – quello dei films Pirates of the Caribbean: Dead Man's Chest del 2006 e Pirates of the Caribbean: At World's End del 2007, con Johnny Depp – ma con in più migranti oceanici clandestini, funesti e alieni. Il Mediterraneo diventa una immensa rovina sdentata e lebbrosa, che agevola e anticipa la sfigurazione finale, quella che non accetta più la porta tricontinentale, non la vede e non la ricorda, e la perde; proprio come fanno, realisticamente, gli africani di tutto il mondo quando disegnano l’Africa come una grande isola-continente e senza il Mediterraneo e l’Europa.
Se accadesse lo scisma allegorico provocato dalla zattera iberica, il Mediterraneo diventerebbe forse un mare in mezzo al mondo, ma sformato e impazzito. Sia il mare, che il mondo. Tutto sommato, mi dispiace che il bel romanzo di Saramago porti alla catastrofe del Mediterraneo; lui non ci ha pensato e io ora sono disposto a rinunciare al pensare catastrofico; visto che il Mediterraneo è già catastrofizzato realmente e concretamente diventando sempre più cimitero marino, un immondezzaio e una vasca per il bagno delle linee petroliere. Prima che diventi una palude sahariana tra qualche milione di anni, tra qualche decennio, ci dicono i geografi, sarà un mare alto che sarà penetrato nelle terre – Venezia sarà sommersa, pensate – e un bacino tropicale e oleoso.
Il terzo autore virgiliano, nel senso di dux del mio pensiero, dopo il comparatista slovacco e il premio Nobel portoghese, è Édouard Glissant. Poeta caraibico e antillano, quindi arcipelagico, isolano e non continentale – la sua patria è la piccola isola della Martinica, Dipartimento d’Oltremare francese – Glissant è nativo ed esperto proprio di mari aperti in mezzo al mondo. La poetica della creolizzazione di Glissant va pensata insieme a quelle di altri scrittori caraibici, come il filosofo messicano José Vasconcelos, inventore della teoria della “razza cosmica” [1925], l’anglofono Derek Walcott, gli ispanofoni cubani José Martí, Fernando Ortiz, Alejo Carpentier e Roberto Fernández Retamar, Edward Kamau Braithwaite nato nel 1930 a Bridgetown nelle Barbados. La creolizzazione antillana mi aiuta a riformulare meglio l’immagine di un mare in mezzo al mondo. Glissant, Braithwaite e Walcott, e prima di loro l’antropologo F. Ortiz, propongono una visione dei Caraibi come un mare aperto che si espone al mondo; un mare che cammina verso il futuro con una coscienza adamitica e inaugurale di un vero e proprio Mundus Novus, anzi di un “Brave New World”, un “meraviglioso mondo nuovo” che ora, proprio ora nel nostro tempo, è possibile immaginare in questo modo, dopo 5 secoli dalla conquista e dalla devastazione portate dagli europei, e dalla deportazione degli schiavi africani nel Nuovo Mondo americano organizzata e sfruttata sempre dagli europei, tanto da arricchire scandalosamente i “cuori di tenebra” delle loro città: Londra e Lisbona, Liverpool, Anversa e Bruxelles e tante altre.
Perché ora? Perché ora la civiltà della “Nuestra América mestiza”, così come fu pensata dai cubani José Martí alla fine del XIX secolo, e da Ortiz nel 1940 con il concetto di transculturation dai Caraibi verso il continente a sud, ha raggiunto, per lo meno dall’inizio del XX secolo – come ci ha mostrato Roberto Fernández Retamar – la coscienza di poter diventare addirittura il centro di una nuova civiltà che può guidare il cammino liberatorio e positivo della nostra specie, invece che l’Europa e gli Stati Uniti, o la Cina. Una vera e propria via alternativa, che Glissant chiama il cammino della creolizzazione mondiale, e cioè del “meticciato con in più l’imprevedibile”. Si tratta, infatti, di una direzione verso la quale marcia tutta la nostra specie, attraverso la mobilità delle migrazioni, dei viaggi e degli incroci. I Caraibi, terra-mare aperta, escono finalmente dalla storia del dolore e del colonialismo coatto, senza dimenticarla, anzi riconoscendola come la loro sicura venuta al mondo, la loro nadividad, e diventando la nuova immagine planetaria de “il mare in mezzo al mondo”, senza che noialtri europei, e anche i nordamericani, sappiamo ancora riconoscerla.
Sono proprio i poeti e gli artisti caraibici che illustrano come ci si espone al Caos-Monde nel quale siamo tutti insieme e che lo ri-formano in un Tout-Monde, come scrive ancora Glissant. Essi lo concepiscono, lo annunciano e lo praticano. Per Glissant, Walcott e Braithwaite, il nostro mare chiuso tra le terre resta fissato nella illusione atavica trimillenaria dell’unicità centrale del pensiero mediterraneo filosofico e monoteista, mentre l’immaginario antillano si riconosce proprio attraverso la relazione oppositiva al Mediterraneo e alla sua Muse of History, prodotta dal pensiero unico dell’essere, espressa dai suoi miti fondativi, dalla sua storia europeizzata che è stata ri-pensata da Hegel come filosofia dello Spirito del Mondo, e che ha prodotto la pretesa ad una unicità-universalità della propria identità imponendola a tutto il pianeta attraverso la volontà di potenza, la suprema legge capitalista e le tre religioni monoteiste, innestate l’una nell’altra, secondo la logica creata dall’ultimo profeta, l’arabo Maometto: il dio unico dei discendenti di Abramo: Mosé-Cristo-Maometto, quelli che nel Medioevo venivano trattati come “de tribus impostoribus”.
I poeti caraibici aprono per noi-tutti un mondo nuovo. Essi mondializzano e decolonizzano la nostra mente mediterranea ed europea, che quindi è costretta a ripensarsi in nome della sua complessità e non della unicità.
Se ci siamo messi all’ascolto della lezione antillana, lezione pensata anche per noi europei, mediterranei e atlantici, continentali o isolani, diventiamo capaci di ripensare il nostro destino, e non solo l’identità che abbiamo costruita nei libri della Musa della Storia e della Biblioteca di Alessandria? siamo pronti ad andare oltre l’eurocentrismo mediterraneo? per quale ragione e in che modo? E infine, se le cose oggi sono pensabili così, quali sono le condizioni che rendono possibile pensare il Mediterraneo come un mare in mezzo al mondo?
A questo punto il pensiero mediterraneo diventa opaco, e l’immaginazione pure.
Ho pensato fino ad ora, seguendo il metodo lucreziano che mi è caro, quello di guardare attraverso il cerchio delle luci che le cose accendono man mano alle cose: ita res accendent lumina rebus, una specie di comparativa inquisitio che riconosco, appunto, come epicurea, mediterranea, e opposta alla tradizione – parmenidea-platonica e cristiana – del pensiero unico. Ho immaginato e pensato attraverso tre cose-luci: la mondialità del centrismo letterario mediterraneo, la catastrofe atlantidea e la lezione caraibica: cosa resta da immaginare e pensare?
La lezione caraibica sembra la più critica, ma anche la più pratica e fruttifera: essa induce a credere che stare e andare in mezzo al mondo non significhi starne al centro né al capo con in mente la volontà di potenza, ma corrisponde a una poetica partecipativa, a una poetica della solidarietà dopo quella della solitudine, come scriveva Carpentier, a una voglia di stare e andare ovunque, insieme nel flusso di una corrente del golfo, in mezzo al mondo che fluisce. Un mondo di tutti che non ha centro e periferie, né avanguardie privilegiate e stati-maggiori di comando; un mondo che va nella propria forma fluens. Dalla “lezione caraibica” sono portato a pensare che stare in mezzo al mondo significhi andare insieme nel Caos-Mondo verso il sempre incipiente Tutto-Mondo, in mezzo alle correnti.
La prima mondializzazione dell’Europa è stata quella che ha inaugurato la modernità. Essa ha portato gli europei fuori del mare mediterraneo verso l’occidente atlantico e verso i confini ancora sconosciuti del pianeta, i confini oceanici e continentali. Le vie della mondialità furono dettate dalla vita commerciale, dalla logica mercantile dello scambio generale: la via oceanica indiana, per arrivare in India navigando verso oriente circumnavigando l’Africa, con Vasco da Gama; la via che cercava l’ India navigando verso occidente in Atlantico trovando terra con Colombo, ma riconoscendola come Mundus Novus con Amerigo Vespucci; la via meridionale che circumnavigava il pianeta interamente da sud, con Magellano; e infine la via siberiana verso nord-est, con la Russia zarista che conquistò, e ancora detiene, l’Asia settentrionale e gran parte dell’Artide, l’unico impero coloniale che persiste nel nostro tempo che si definisce, invece, come “postcoloniale”. Un impero che nessuno vede e che porta il nome di una nazione europea, Russia.
Noialtri italiani rimanemmo nel Mediterraneo a onorare l’Antico non riconoscendo il Mondo Nuovo, riconosciuto, invece per primo proprio dal fiorentino Vespucci. Scoprimmo l’America quattro secoli dopo come un popolo, attraverso la grande migrazione che iniziò nella seconda metà del XIX secolo, subito dopo la unificazione risorgimentale della nazione. Una migrazione della speranza che mise in viaggio milioni di italiani che non erano diventati e che non diventarono mai italiani, ma americani, sbarcando a Ellis Island o a Buenos Aires. Nel XV secolo, invece, i nostri dotti cortigiani continuarono imperterriti a dedicarsi alla rinascita del Mondo Antico greco-romano, come se nulla di nuovo fosse accaduto. Il grande poeta portoghese Luís Vaz de Camões pubblicava nel 1572 il primo poema epico nazionale e mondiale della modernità europea, Os Lusíadas, che celebra l’impresa di Vasco da Gama nel navigare per primo oltre il Capo dell’Africa scoprendo la rotta orientale verso l’India, e che ricorda noi italiani in questo modo, nell’ottava 8 del Canto VII:
E che dir di coloro, che in delizie
suggerite dall’ozio, in clima aprico
godono la vita e dissipan dovizie,
dimentichi del gran valore antico?
Sorgon da tirannia le inimicizie,
che un cittadino all’altro fa nemico:
di te sto parlando, Italia immersa
in mille vizi ed a te stessa avversa.
Allo stesso modo come sempre avevano fatto e faranno i poeti italiani, da Dante ad Ariosto, da Petrarca a Leopardi, ma non più, oggi.
Credo che noialtri italiani, insieme ai greci, siamo il popolo meno moderno dell’Europa e che sia ora di prenderne coscienza per partecipare al nuovo Mediterraneo in mezzo al mondo e tra i mondi. La Musa della Storia ci guida ancora a conservare l’identità del Mediterraneo che consiste nella custodia della persistenza dell’Antico nonostante la modernità. L’Italia con la sua storia è la penisola cruciale e responsabile di questa rimanenza fantasmatica ancora non decostruita e secolarizzata, nonostante l’opera di studiosi insigni del Novecento, come Ferdinand Braudel, Predag Matvejevic, Iain Chambers e tanti altri. Sembra strano, ma credo che tocchi solo a noi italiani, e ai greci, fare i conti con la Sfinge dell’Antico, attraverso il Mediterraneo nel quale ci inzuppiamo da millenni. Il nostro ritardo è quello segnato dalla comparazione con le nazioni europee occidentali e atlantiche che hanno inventato l’imperialismo della modernità e lo hanno imposto al mondo come regola planetaria infilando nel commercio delle spezie, dell’oro e della seta il tossico del capitalismo e facendo del pianeta un mercato, così come i giovani Marx ed Engels vedono, nel 1848, nella pagina del Manifesto del Partito Comunista.
Le nazioni doppie come la Spagna e la Francia, che sono contemporaneamente mediterranee e atlantiche, e quelle completamente atlantiche, come il Portogallo, l’Olanda, l’Inghilterra, la Svezia e la Danimarca e poi il Belgio, hanno deviato il destino delle altre civiltà e hanno governato in modo infame la mondializzazione della nostra specie. Nel XX secolo, esse si sono dimesse dalla missione coloniale, e sono arrivate, in alcune avanguardie del pensiero, costruito anche dai colonizzati, come Gandhi o Césaire, alla critica della decolonizzazione e alla “provincializzazione” dell’Europa. Noialtri greci e italiani siamo rimasti al di qua della modernità, nel Mediterraneo. A volte penso che proprio il mare nel quale siamo immersi come penisole, ci abbia salvato dall’oblio tenendoci in mezzo, anche se come colonie di altri popoli. Nel Mediterraneo abbiamo custodito più o meno sapientemente l’Antico, non solo diventando musei a cielo aperto ma continuando a praticare il sogno dell’antico impero cesareo, quello della comunità nella diversità, istituzionalizzata dall’ impero romano come convivenza guidata di popoli lontani tra loro, dai sardi ai celti agli egizi e ai persiani, ma tenuti insieme intorno allo stesso mare tricontinentale. In questo modo l’Antico è stato custodito come una tradizione puramente immaginaria e non come un impero.
Spetta a noi riconoscerci come ultimi, ora nel XXI secolo, e ormai pronti a decolonizzare l’Antico da questa tutela bimillenaria coatta, e non certo a decolonizzarci dall’Antico. Noi continuiamo a pensarci come restauratori del “classico” e come suoi revivalisti e vivaisti perenni. La nostra letteratura è totalmente intrisa da questo progetto millenario, da Dante e Petrarca fino a Pascoli e D’Annunzio e alla mediocrità subalterna del Novecento, interrotta qua e là, da eccezioni come Verga, Gadda, Montale, Gramsci, Calvino. Non siamo ancora riusciti a pensare l’Antico necessariamente attraverso la modernità, e quindi attraverso la sua perdita, e non attraverso il suo invaghimento fantasmatico ed emulativo. L’Antico è stato perduto ma noi siamo perduti ancora dentro di esso, diventando sempre di più “avversari di noi stessi”, come vide Camões. La nostra identità culturale inscena costantemente la Rinascenza, oggi ormai e solo come artigianato del lusso, da Armani alla Ferrari alla oreficeria, continua a farci precipitare in una mitizzazione senza scopo e senza futuro, senza etica e senza dignità politica; vergognosamente estetica e commerciale, finta e troppo spesso grottesca. L’Antico ha permesso di salvarci attraverso l’arte di tanti geni inventando il Rinascimento, ma rinunciando contemporaneamente alla Modernità. E lasciando la nostra non-nazione in mano al pontefice cattolico romano, che ancora ci occupa e governa, e che continua a mandare missionari in tutte le sue colonie nel mondo. Ecco la seconda veduta attraverso la quale possiamo decolonizzare l’Antico: riconoscere la cristianizzazione dell’Europa come una vera invasione barbarica da sudest, seguendo la rotta mediterranea di Pietro e Paolo, che ha strangolato l’Antico – valga per tutte l’uccisione della filosofa Ipazia – e ne ha dannato per secoli la memoria.
Tutto questo va pensato attraverso la luce infernale che ci mandano ancora le distruzioni che i colonizzatori europei fecero delle civiltà pre-colombiane, africane, asiatiche e australiane. E di quei massacri che anche noi italiani provocammo, prendendo tardivamente parte criminale alla violenza coloniale sulla sponda libica del Mediterraneo, su quella greca, addirittura, e su quella albanese e nel Corno d’Africa. Le civiltà americane sono diventate società nuove, non rinate dall’antico, e per volontà dei suoi poeti – come Whitman, Neruda, Césaire, Walcott, Braithwaite. Esse sono nate, invece, dal dolore, dello sterminio, della tratta e della migrazione. Esse si sono creolizzate e aperte in diversi modi al mondo, mentre quelle africane sono ancora alla ricerca di una giusta ripresa del loro perduto destino autonomo. Quelle asiatiche hanno resistito alla occupazione coloniale europea e poi nordamericana e oggi determinano il mercato mondiale.
Noialtri italiani abbiamo vissuto per tre millenni come una colonia frantumata delle potenze europee, come colonia mentale della rinascenza estetica dell’antico, e come colonia spirituale e penale della chiesa cattolica. Anzi, come ci ricorda Iain Chambers nel suo splendido libro Le molte voci del Mediterraneo, la stessa immagine naturale-archeologica del Mediterraneo perpetrata da noialtri italiani è una forma della nostra colonizzazione mentale europea; infatti, “siamo abituati a pensare il Mediterraneo, almeno sin dal 1800 entro i termini stabiliti dallo sguardo culturale che giunge dal nord dell’Europa; ossia dal mondo “moderno” e industrializzato, con il suo “progresso” e i suoi stati-nazione, per il quale la costa settentrionale di questo mare (dalla Spagna alla Grecia, ma soprattutto in Italia) ha rappresentato le sue origini, ora superate, e il suo passato pre-industriale. […] il Mediterraneo è simultaneamente il luogo di antiche civiltà e dell’eccesso sublime di una natura indomita…” (p. 19). Dentro questa immagine artefatta noialtri italiani abbiamo lavorato a rinnovarne la finzione del lusso rinascimentale. E ne abbiamo fatto la sola nostra cultura autoidentitaria, elitaria e volgare al tempo stesso, impostaci dal mondo dell’ovest e dell’est – si pensi, solo per fare un esempio, all’ultimo romanzo di Salman Rushdie, The Enchantress of Florence, del 2008
Forse sapremo di essere in via di decolonizzarci quando andando sulle sponde del Mediterraneo smetteremo di pensare alla favola dell’Antico e cominceremo a sentirci in mezzo al mondo.
A questo punto, sono in grado di dare un po’ di luce anche alla mia ricerca: penso che ci siano due modi, tra di loro intrecciati, attraverso i quali, senza ancora rendercene conto, in quanto mediterranei moderni di oggi, siamo “in mezzo al mondo”, in mezzo al suo flusso. Ma siamo anche separati. Infatti, in un mondo dominato globalmente dai valori e dalla ragione capitalistica, restiamo nelle zone separate a nord-ovest del pianeta, insieme agli USA e al Canada.
Il primo modo di stare in mezzo al mondo è quello individuato dai così detti “studi subalterni”, che hanno preso origine in India e sono stati poi traslati nelle Università statunitensi, prendendo impulso però dalla riflessione gramsciana di “subalternità”. Come sostiene giustamente Chambers, infatti, “il concetto gramsciano del subalterno continua a interpretare il mondo in ogni luogo, portando la “questione meridionale” su scala planetaria.”(p. 18). Il concetto di subalternità e quello di questione meridionale sono concetti moderni, meridionali e mediterranei, nati in Sardegna e nel carcere pugliese di Turi e riguardano tutti nella relazione planetaria, o globale, del Tout-Monde, e innanzitutto noialtri italiani. Sono concetti che interpretano la condizione umana di questo mondo qui e ora, e cioè e alla lettera moderni, finalmente in modo compiuto
Il secondo modo è dato alla partecipazione – in prima linea nel Mediterraneo come ponte peninsulare sud-est/nord-ovest messo di traverso al suo centro (ricordo il film italiano del regista tunisino Mohsen Melliti, “Io, l’altro” del 2007) – alla grande relazione mondiale creata negli ultimi tre decenni dalla migrazione planetaria di moltitudini umane che si muovono dal sud-est verso il nord-ovest della Terra.
Sostengo da venti anni che questa grande mobilitazione migratoria planetaria della specie umana va presa dagli europei occidentali e mediterranei come una favorevole occasione per una nuova creolizzazione e una più giusta coevoluzione plurale. Intendo con “coevoluzione plurale” la possibilità per le sterili nazioni europee di abbandonare il crescente invecchiamento della popolazione e della mente con un nuovo miscuglio di genti e culture. E lo sostengo perché un giorno nel 1990 ho scoperto in libreria dei libri di letteratura scritti in italiano da autori migranti, in collaborazione con scrittori italiani . Dopo ho scoperto che era importante, salubre ed entusiasmante imparare il mondo da loro, oltre che da Virgilio e Kafka, da Epicuro e Kant.
Ora sono arrivato a pensare che abitare il mare Mediterraneo sia non un caso ed un attributo secondario di chi nasce in alcune nazioni europee come l’Italia, la Croazia o la Grecia. Tanto quanto nascere sulle sponde delle nazioni dell’Atlantico, come il Portogallo, l’Inghilterra, o l’Olanda. Questo diverso nascere ci chiama a sentirci e a riconoscerci come nativi europei mediterranei, africani mediterranei e asiatici mediterranei. Noi insieme eppure così diversi, apparteniamo alla costa marina del mare interno, pieno di porti e di coste che ci trattengono in un mondo immaginario di terre e di acque, così come il portoghese o l’inglese appartengono al richiamo “ultramarino” dell’oceano e del possibile Brave New World che sta oltre l’oceano.
Il Mediterrano si muove come la forma-acqua dell’arché etnico della nostra natività. Il mare è la sintesi complessa e primordiale della nostra intera identità antica. Una sintesi che diventa un territorio-lingua-ethnos tricontinentale di Terramare, una patria di acqua-costa e terra, una matria diversa, che concepisce in acqua e insieme all’Europa, all’Africa e all’Asia. Noi nasciamo ogni volta due volte: nel mare e in una nazione costiera; così come nasciamo ogni volta che parliamo le doppie lingue della nostra origine, la lingua del posto dove nascemmo e quella della sua nazione. Il mare circonda le terre che lo circondano e ci assegna l’origine, tanto quanto la famiglia e la specie, la patria e la lingua, la campagna o le mura cittadine.
Il Mediterraneo non è solo pensiero unico – delfico e poi monoteista – ma anche il suo opposto: una grande aula aperta sul mare della educazione alla diversità tricontinentale e ora anche a quella mondiale. Possiamo decolonizzarci e creolizzarci anche noi. Il Mediterraneo è una pozzanghera delle trasformazioni, sia per chi migra da lontano che per chi accoglie i migranti.
Il Mediterraneo, infine, ricorda l’ethnos del sangue ancestrale. Non preoccupatevi, non ho bevuto stamattina. Sto tirando fuori alla fine dalla mia road map il pezzo più ardito della mia educazione letteraria, che incontra e traduce il mondo e tutti i saperi in una transizione infinita, come il moto del mare. Italo Calvino in un libro formidabile che riunisce nel 1984 le Cosmicomiche vecchie e nuove, mostra i suoi racconti sul cosmo e le galassie, il big bang e la vita sulla terra, l’amore al tempo dei dinosauri e dei pesci che si trasferirono dal mare sulle terre emerse, legandoli a concetti provenienti da quello che il fisico John D. Barrow ha chiamato “l’immaginario scientifico”. Calvino, da letterato perfetto del XX – “perfetto” perché continua a superare i suoi miseri posteri, a lui sopravvissuti indegnamente – e del XXI secolo, ha tradotto l’immaginario scientifico in quello letterario in maniera transculturale. Mi spiego. Prendiamo il racconto “Il sangue, il mare”: nella introduzione dell’immaginario scientifico che Calvino pone ogni volta come ponte traduttivo in corsivo verso il racconto, scrive, riferendo il punto immaginario di una nuova teoria scientifica che lo ha ispirato: “Il nostro sangue ha una composizione chimica analoga a quella del mare delle origini, da cui le prime cellule viventi e i primo esseri pluricellulari traevano l’ossigeno e gli altri elementi necessari alla vita. […] Il mare in cui un tempo gli esseri viventi erano immersi, ora è racchiuso nei loro corpi.” E prosegue, nel testo narrativo: “Le profondità sottomarine erano d’un rosso come quello che vediamo solo all’interno delle palpebre, e i raggi del sole arrivavano a schiarirle a vampate oppure a sprazzi. […] prima nuotavamo e adesso siamo nuotati, […]”. Il racconto passa alla sua storia d’amore nella scena di un fluire nel tempo del mare e del sangue. La composizione letteraria dei due immaginari che Calvino ha operato ha colpito anche me. E penso che voi, appena tornati a casa, o domani in biblioteca o in libreria, dobbiate leggere al più presto quel racconto, del quale non vi ho raccontato nulla.
Penso anche che “Il sangue, il mare” ci doni una immagine finalmente moderna della pretesa di pensare che il mare possa rappresentare il principio archetipico dell’ethnos. Una pretesa che la letteratura offre ai suoi lettori, anche scienziati. Perché la letteratura è il nostro mestiere e produce sicuramente la nostra civiltà comune per tutti i mondi.
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