ARMANDO GNISCI



* minuscola storia

Da due anni circa firmo la  corrispondenza elettronica con le iniziali minuscole del mio nome e cognome. Mi sono interrogato sul perché di questa innovazione diventata ormai un'abitudine e ho trovato che usare un dito per imporre le maiuscole due volte in fondo alle lettere mi risultava un gesto pesante e in più. La quantità di energia di attenzione e di digitazione in più corrispondeva  negativamente e deludeva un desiderio di semplificazione, di  sottrazione e di pulizia, di naturalezza fluente, che ritrovavo, come se l'avessi dimenticato. Nello stesso tempo il gesto sottraente manifestava una sua presenza forte, diventava segno e decisione di sottrarre imperatività al nome e al  suo rito grafico. Lì dove appare la minuscola si manifesta un potenziamento della critica; non tanto un indebolimento dell'io, quanto, all'opposto, una sua dionisiaca liberazione sfrontata, allegra, provocante, seria, perigliosa, fastidiosa, indecente, non oscena, ma pienamente in scena e sapiente di sé. Ve lo giuro (va bene così?).
Poi mi sono ricordato di bell hooks e l'ho trovata dinanzi a  me nel cammino che il suo gesto aveva aperto imprevedibilmente;  mi sono costituito gioiosamente come suo seguace.Ho imparato a ri-scrivere e a ri-pensare il mio nome con le lettere iniziali minuscole da lei, scrittrice afroamericana femminista.Le differenze? bell hooks (il computer automaticamente mi rimanda l'iniziale maiuscola B(ell) dopo il punto interrogativo precedente, ed io, vecchio neofita, lotto per imporre che si rispettino le  iniziali alla nostra maniera) ha scelto di presentarsi alla chiamata pubblica scegliendo il cognome della madre Rosa Bell Watkins e  quello  della nonna materna Bell Blair Hooks, rifiutando la patrilinearità del cognome e scegliendo la matrilinearità dei nomi-cognomi  di donna. Due cognomi matrilineari (il computer corregge in patrilineari, non ha matrilinerai nel suo thesaurus!: faccio uno sforzo in più di dita per addomesticarlo e sottometterlo) fanno una donna. La linea del colore ha incontrato in questo gesto la linea del nome e si sono messe insieme.

Per me la scelta delle minuscole del nome (matrilineare, per via di una zia materna che chiese che mi fosse dato il nome di "armando" come nuovo nella stessa linea onomastica della sua famiglia; si trattava del nome, volt, al maschile, di una sua consorella, suor Armanda; un nome maschio proveniente da una linea doppiamente femminile) e del mio cognome patrilineare. Con questo gesto, che mi appartiene totalmente così come il nome che porto e che non ho deciso io di mettermi, intendo manifestare  in maniera indelebile e perenne contro la mia identità di maschio bianco europeo occidentale quasi borghese, che ha un nome-cognome alto e pesante e lo impone a sé e agli altri. Faccio un gesto minimo, ma efficace e di "seconda mano" (imparato assecondando una donna nera femminista e nordamericana) che appartiene a quella poetica che chiamo "decolonizzazione europea".