ARMANDO GNISCI



Proverbio Africano, La Via del Montone



Nel mio ultimo viaggio in Africa ero in Mali. A Mopti e in giro per la regione del delta interno del Niger, con la carovana di amici del Festival International de la Poésie en Afrique, guidata da Paul Dakeyo. Febbraio 2004, harmattan polvere. Come dice un libro sul Mali che ho comprato in un negozio a Mopti, il turismo in Africa ridiventa viaggio. Aggiungo: e il viaggio diventa ciò che propriamente deve essere. Avventura. L'unico scrittore italiano che ha compreso questo "verdetto" (un detto vero) è stato Gianni Celati con Avventure in Africa del 1998 (Milano, Feltrinelli). Un diario di viaggio in Mali, Senegal e Mauritania. In copertina c'è una fotografia affascinante e acustica, anche se porta in primo piano il silenzio. È di Harry Gruyaert e  ha il titolo Hotel Gao, Mali 1998.

Ho spesso sostenuto che il nostro andare verso il futuro non è un procedere nel vuoto, ma è un'avventura. E cioè, alla lettera, un andare ad ventura, come dicevano i latini. Un andare verso le cose che ci vengono incontro dal futuro. Man mano ci trapassano quando le incontriamo. Andare all'avventura ci fa passare nel mondo all'indietro del passato irreversibile e ci fa passare sempre più avanti, insistentemente andando in faccia al vento (quello che viene) che viene d'avanti. Quando si viaggia si avverte di vivere nell'avventura e che il vivere è avventura, dimenticata. Che vivere è diventato dimenticare di avventurarsi. Tutto ciò significa andare in Africa per un letterato europeo nato nel secolo XX e scrivente ancora nel XXI.
          
Durante il soggiorno a Mopti qualcuno regalò alla nostra compagnia un montone, animale conviviale da sgozzare, macellare e arrostire per mangiarlo nel rito del nomadismo del deserto stando insieme come ospiti. O meglio, come suggerisce Louis Massignon, "per farsi ospite dell'ospite", per divenire ospiti gli uni degli altri e stabilire il vero senso doppio dell'ospitalità. I maghrebini, i saheliani e i francesi chiamano questa festa dell'ospitalità del montone, Méchoui. Alle sue spalle c'è Abramo, il padre di tutti i credenti monoteisti maschi.

Incontrai il montone, bianco e magro, una sera nel piccolo giardino della "Cité des poètes". Era legato ad un alberello. Mi avvicinai per parlargli. Rispose alzando prima un piede e poi l'altro, con un paziente passo doppio sur place, significando la disponibilità ad una sua ripetizione infinita. Io parlai come lui. Alzando i piedi sur place, uno dopo l'altro, dopo che l'interlocutore aveva alzato i suoi. Un dialogo atono, senza alcuna allegria, ma persistente, e certo.

Avevamo poco da dirci ma ce lo dicemmo.

Il giorno del pranzo con il montone arrostito, non lo mangiai; pur essendo carnivoro. Qualcuno disse che ero un "sentimentale". Dissi di no.

In verità, avevo posto a me stesso dalla sera di conoscenza con il montone il problema di non poterlo-doverlo mangiare. Il problema era cresciuto come una passione innominabile dentro di me. Lavorava con un grado notturno e opaco nel cuore della mia pazienza. Ma non si spiegava. Non apriva la piega del suo rifiuto che era diventato sempre più sicuro e irrimediabile. Ma muto. Sapevo, comunque, e contavo che nessuno si sarebbe accorto della mia infrazione all'ospitalità.

Il giorno 8 di febbraio, il giorno prima di partire e quello del banchetto, mi venne in mente ciò che aspettavo. Venne dal futuro a illuminare la strada del senso. E lo scrissi:
Quando un uomo maschio bianco europeo (umbé) vorrà sacrificarsi per salvare un montone africano dal macello ospitale, allora l'umanità comincerà ad essere libera.

Pensai che questo era il primo proverbio (una parola che va verso il futuro, come la profezia, piuttosto che come la saggezza stereotipa e tradizionale dei "proverbi" usuali) che scrivevo e che volentieri lo lanciavo verso l'avvenire. Questa era la mia "via del montone" che in Africa aveva trovato l'evento giusto e il suo senso finale nell'incontro di Mopti. Era il significato di quella che io avevo chiamato a partire dal 1996, "Via della Decolonizzazione europea" e nella quale mi identificavo come poeta non finito.