ARMANDO GNISCI

armando gnisci*

Scrittori della creolizzazione europea

       Dagli anni 70 del XX secolo l'Europa occidentale è diventata la mèta e la tappa di una "Grande Migrazione" (H. M. Enzensberger) proveniente da tutti i continenti. A partire dalla caduta del Muro di Berlino, anche l'Europa orientale si è rovesciata sulla parte atlantica del piccolo continente peninsulare dell'Asia (P. Valéry chiamava l'Europa "la coda dell'Asia").

          Dall'Africa del Nord e sahariana e dall'Africa nera migliaia di migranti si spostano da decenni verso il Mediterraneo, ogni giorno avventurosamente. L'Italia giace come un  ponte al centro del mare delle transizioni; sta a fare da cammino di terra trasversalmente obliqua, orientata sulla inclinazione da sud-est a nord-ovest. La stessa direzione dei flussi migratori planetari: dai mondi del meridione e dell'oriente verso quelli del nord e dell'occidente.

          Il Mediterraneo è diventato il mare interno in cui passano tutte le rotte umane del mondo. Alcune annegano nei suoi fondali e diventano cimiteri marini (Valéry).
          
Gli scrittori immigrati in Europa si sono manifestati fino dalla prima ondata, appena arrivati si sono messi a scrivere. Non hanno dovuto aspettare secoli per far sentire la voce della loro letteratura nuova e "separata", come è accaduto negli Stati Uniti d'America. USA: la terra del fallimento dell'ideologia migratoria del melting pot; la terra dello sterminio degli aborigeni e della "federazione delle diaspore" (A. Appadurai) dei vari popoli immigrati, spesso tra loro nemici. Spike Lee e Scorsese ce lo insegnano, nonostante Condoleeza Rice e Colin Powell vengano esibiti dal potere bianco come consiglieri di stato e Ralph Giuliani lo sia stato come sindaco esemplare di New York.

          A differenza della grande migrazione plurisecolare in America degli europei conquistatori e poi "migranti famigliari" (E. Glissant), la nuova grande migrazione in Europa avviene in una terra stretta e piena di gente, così come quella che avvenne un millennio e mezzo fa verso l'Impero romano da parte di popoli caucasici e asiatici, slavi e normanni, ugro-finnici e romané ("zingari"). Ora, più che allora, l'Europa è una terra che non può essere conquistata e colonizzata, disputata dominata e popolata, a partire dal vuoto (il vuoto naturale delle pianure sconfinate dell'ovest, ma anche quello militare del genocidio degli "indiani", nel Nord America). L'Europa oggi è piuttosto una terra in cui venire a cercare fortuna alle condizioni europee. E quali sono, nella cultura letteraria, ad esempio, queste condizioni? La prima è che l'Europa occidentale è formata dalle nazioni imperiali che hanno colonizzato Africa e Australia, India e la "Nuestra America" (J. Marti); esse hanno contribuito ad originare quelle letterature postcoloniali che da secoli mostrano le possibilità dell'incontro (incrocio, meticciato, creolizzazione plurale) tra civiltà europee e la nuova civiltà dei  mondi (a. gnisci, 2001). Queste letterature, insieme alle altre arti, e soprattutto alla musica e al cinema,  hanno generato un modello aperto e imprevedibile, non preventivamente coloniale e conflittuale, di creolizzazione del mondo in terre non europee. Ora, i "nuovi venienti" in Europa, propongono [sono essi i proponenti] non la vendetta, ma che la creolizzazione può avvenire in Europa (a. gnisci, 2003, I). La seconda condizione discende direttamente dalla prima: la creolizzazione dell'Europa è un forma di contrattazione inventiva dell'imprevedibile e del regime dell'ospitalità profonda. La creolizzazione è l'invenzione stessa della ospitalità profonda come nuova civiltà planetaria futura e in marcia. E noialtri europei possiamo rendere noi stessi capaci di questa contrattazione solo se iniziamo e acceleriamo la nostra "decolonizzazione" ( a. gnisci, 2003, II).

          A questa nuova civiltà in Europa gli artisti africani partecipano non separati e arrabbiati, non contro, ma contemporaneamente e insieme a tutti i popoli migranti del mondo e agli europei di casa. Si tratta di una straordinaria congiuntura della storia del mondo, che può essere trasformata in una azione comune per un futuro di tutti. Vale la pena di lottare per questa novità, tuttinsieme e la lotta è appena cominciata. Sostengo che  chi scrive letteratura ha una vista più lunga, una parola più ricca, una spinta più audace per avventurarsi verso l'avvenire delle moltitudini.

          La breve antologia di narrazioni e poesie di scrittori africani in Italia, e di sintetiche presentazioni critiche di studiosi compagni di strada italiani, oltre che fornire un panorama succinto della situazione nella nostra penisola, vuole dare un contributo a questa poetica in cammino.

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Appadurai, Arjun, Modernity at Large: Cultural Dimensions of Globalization,
    Minneapoli-London, University of Minnesota Press 1996
Enzensberger, Hans Magnus, Die Grosse Wanderung, Frankfurt am Main, Suhrkamp
   1992
Glissant, Edouard, Introduction a une poétique du divers, Paris, Gallimard 1996
gnisci, armando, Una storia diversa, Roma, Meltemi 2001 (in corso di pubblicazione
   per la Purdue University Press con il titolo, A different History of European
   Literature)
gnisci, armando, Creolizzare l'Europa. Letteratura e Migrazione, Roma, Meltemi 2003
gnisci, armando, Via della Decolonizzazione europea, Milano, B. Mondadori 2003.

*Minuscola storia: Da due anni circa firmo la  corrispondenza elettronica con le iniziali minuscole del mio nome e cognome. Mi sono interrogato sul perché di questa innovazione diventata ormai un'abitudine e ho trovato che usare un dito per imporre le maiuscole due volte in fondo alle lettere mi risultava un gesto pesante e in più. La quantità di energia di attenzione e di digitazione in più corrispondeva  negativamente e deludeva un desiderio di semplificazione, di  sottrazione e di pulizia, di naturalezza fluente, che ritrovavo, come se l'avessi dimenticato. Nello stesso tempo il gesto sottraente manifestava una sua presenza forte, diventava segno e decisione di sottrarre imperatività al nome e al  suo rito grafico. Lì dove appare la minuscola si manifesta un potenziamento della critica; non tanto un indebolimento dell'io, quanto, all'opposto, una sua dionisiaca liberazione sfrontata, allegra, provocante, seria, perigliosa, fastidiosa, indecente, non oscena, ma pienamente in scena e sapiente di sé. Ve lo giuro (va bene così?).
Poi mi sono ricordato di bell hooks e l'ho trovata dinanzi a  me nel cammino che il suo gesto aveva aperto imprevedibilmente;  mi sono costituito gioiosamente come suo seguace.Ho imparato a ri-scrivere e a ri-pensare il mio nome con le lettere iniziali minuscole da lei, scrittrice afroamericana femminista.Le differenze? bell hooks (il computer automaticamente mi rimanda l'iniziale maiuscola B(ell) dopo il punto interrogativo precedente, ed io, vecchio neofita, lotto per imporre che si rispettino le  iniziali alla nostra maniera) ha scelto di presentarsi alla chiamata pubblica scegliendo il cognome della madre Rosa Bell Watkins e  quello  della nonna materna Bell Blair Hooks, rifiutando la patrilinearità del cognome e scegliendo la matrilinearità dei nomi-cognomi  di donna. Due cognomi matrilineari (il computer corregge in patrilineari, non ha matrilinerai nel suo thesaurus!: faccio uno sforzo in più di dita per addomesticarlo e sottometterlo) fanno una donna. La linea del colore ha incontrato in questo gesto la linea del nome e si sono messe insieme.

Per me la scelta delle minuscole del nome (matrilineare, per via di una zia materna che chiese che mi fosse dato il nome di "armando" come nuovo nella stessa linea onomastica della sua famiglia; si trattava del nome, volt, al maschile, di una sua consorella, suor Armanda; un nome maschio proveniente da una linea doppiamente femminile) e del mio cognome patrilineare. Con questo gesto, che mi appartiene totalmente così come il nome che porto e che non ho deciso io di mettermi, intendo manifestare  in maniera indelebile e perenne contro la mia identità di maschio bianco europeo occidentale quasi borghese, che ha un nome-cognome alto e pesante e lo impone a sé e agli altri. Faccio un gesto minimo, ma efficace e di "seconda mano" (imparato assecondando una donna nera femminista e nordamericana) che appartiene a quella poetica che chiamo "decolonizzazione europea".